Perché non sarà un (nuovo) tetto costituzionale a evitare il deficit
Se nella Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio non ci fosse, bisognerebbe inventarlo; ma in realtà il cosiddetto “tetto al deficit” nella carta costituzionale c’è dal 1948, ed è stato già fatto saltare una volta. Prima di ricostruirlo, come si appresta a fare il governo con il consenso di maggioranza e opposizione, sarebbe meglio capire le cause del crollo passato. E’ questo il suggerimento che Giuseppe Di Gaspare, ordinario di Diritto dell’Economia all’Università Luiss, rivolge ai rigoristi dell’ultim’ora. Leggi La sferzata dei Bernanke

“Fino al 1965 – dice Di Gaspare al Foglio – venne rispettato l’articolo 81 della Costituzione, quello che Luigi Einaudi definiva ‘il baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore costituente allo scopo di impedire che si facciano maggiori spese alla leggera senza avere prima provveduto alle relative entrate’”. In base alla lettera di quella norma, le Camere ogni anno devono votare il bilancio statale necessariamente in pareggio, e la legge di approvazione del bilancio non può stabilire nuovi tributi e nuove spese. Eventuali nuove spese vanno approvate con leggi ad hoc, indicando – come prevede la Costituzione – “i mezzi” che servono a coprirle. “E poiché l’indebitamento costituisce una spesa – osserva Di Gaspare – non è possibile logicamente e giuridicamente annoverarlo tra i ‘mezzi’ possibili di finanziamento di altra spesa”.
A fronte di questi paletti, i parlamentari a caccia di soldi pubblici non possono proporre solo nuove spese, ma sono costretti per “farvi fronte” a proporre o l’aumento delle tasse, o l’alienazione dei beni pubblici, o la revisione e lo spostamento dei capitoli di spesa già in bilancio.
“Nel 1966 la Corte Costituzionale scardinò questo meccanismo – ricorda il giurista che al tema ha dedicato un saggio appena uscito per la rivista specializzata “Amministrazione in cammino” – ammettendo ‘la possibilità di ricorrere, nei confronti della copertura di spese future, all’indebitamento’”. Non solo: a rafforzare la spallata all’articolo 81 contribuirono, all’inizio degli anni 70, le ricadute domestiche della crisi economica internazionale (fine di Bretton Woods e choc petroliferi), e soprattutto la “pressione cumulativa” – come la definisce Di Gaspare – della spesa pubblica italiana. Una “pressione” alimentata da una parte dal “processo di accentramento finanziario che azzerò la potestà impositiva delle autonomie locali, trasformando la finanza locale e regionale in ‘finanza di trasferimento’”, dall’altra parte dalla “modifica dei regolamenti parlamentari del 1971 che rese normale e non più eccezionale la procedura di approvazione delle leggi a opera delle singole commissioni parlamentari, occultando ancora di più all’opinione pubblica il momento della decisione di spesa”.
Risultato: “Da allora la legislazione di spesa affidò in pianta stabile la copertura all’emissione e al collocamento dei titoli di debito pubblico da parte del Tesoro, con la formula, diventata di rito, di chiusura delle leggi: ‘Il ministro del Tesoro è autorizzato ad apportare al bilancio le variazioni occorrenti per il finanziamento della presente legge’”. Per questo nel periodo 1970-75 il debito pubblico italiano aumentò di oltre il 200 per cento, senza contare l’inflazione sempre a doppia cifra e frutto dell’emissione monetaria con cui la Banca d’Italia era costretta a sostenere parte di quell’indebitamento.
Ribadire oggi in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, “senza allo stesso tempo disinnescare la pressione cumulativa sulla crescita della spesa pubblica – spiega Di Gaspare – potrebbe non essere sufficiente”. Per garantire l’efficienza della spesa e tagliare le uscite inutili, continua il giurista della Luiss, è necessario che il tetto costituzionale al deficit incentivi “il ritorno al contraddittorio nella decisione di spesa, con assunzione di responsabilità anche in ordine al reperimento delle risorse che si impiegano per farvi fronte”. Insomma applicare il quarto comma dell’articolo 81 e dunque eliminare le leggi confuse e confondenti come l’attuale legge finanziaria che la Costituzione non prevede. Soltanto “una competizione trasparente su reperimento e utilizzo dei soldi pubblici, di fronte ai cittadini/elettori, da svolgere a tutti i livelli del nostro ordinamento federale, potrà portare a una riduzione della pressione opaca e incrementale sulla spesa”. Non solo per rassicurare “i mercati” sulla sostenibilità del nostro debito, come si sente ripetere oggi, ma anche perché “riqualificare la spesa pubblica avrebbe un effetto deterrente sulla crescita dell’imposizione fiscale – conclude Di Gaspare – liberando risparmio per gli investimenti, vero motore della ripresa economica del paese”.
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